Tre volti

Genere: Drammatico

Regia: Jafar Panahi
Con: Behnaz Jafari, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram
Opera del regista Jafar Panahi, voce potente del cinema iraniano e pluripremiato per il suo film del 2015 Taxi Teheran (Orso d'oro come miglior film al Festival internazionale del cinema di Berlino e in nomination al Premio César 2016 per il miglior film straniero), Tre volti ricalca il modello che ha da sempre contraddistinto l'opera del regista: la vita in Iran, il disagio sociale e le difficoltà dei poveri, degli emarginati e delle donne. Ancora una volta, dunque, il coraggio del regista -arrestato nel 2010 con la famiglia e accusato di propaganda contro il governo- disegna un'opera straordinaria, che obbliga lo spettatore a riflettere. Sono numerosi i personaggi che il protagonista incontra durante il suo viaggio verso le campagne desolate e desertiche. Tre sono i personaggi (i volti, quindi) che intrecciano le loro vite e le loro storie con quelle del protagonista. Tutto ha inizio da un video postato su Instagram in cui una giovane donna iraniana si suicida a seguito del veto, da parte della sua famiglia, di inseguire il suo sogno: il cinema. Questo episodio è soltanto un pretesto per il regista. Il viaggio che egli intraprende, infatti, è un viaggio che ripercorre anche la storia del cinema iraniano interpretato magistralmente da tre figure di donna in età diverse (che ci ricordano l'opera di Klimt "Le tre età della donna", quadro simbolo delle Avanguardie, e l'amore di Panahi al mondo femminile. Quasi un omaggio alla bellezza che si tramuta nelle fasi della vita). Tre sono anche i villaggi in cui il film prende forma, un altro omaggio dell'autore alle origini della sua famiglia. Tanti i frammenti, le immagini, gli scatti di quelle realtà rubate, intime, intense. Realtà così lontane e spesso sconosciute al comodo e confortevole mondo occidentale. Ogni comparsa ha un senso preciso, ci mostra un pezzo prezioso di una società difficile da esplorare, ogni spazio fa da scenografia a un tempo spesso confuso, a una società che fa i conti con se stessa pur nascondendosi, a una donna, Behnaz Jafari, che impersona se stessa e la sua presunta inferiorità di donna nel diritto iraniano. Ma il cinema di Panhai lascia sempre uno spiraglio di luce, l'impegno per un futuro migliore, una ispirazione che il Presidente della giuria del Festival di Berlino, Darren Aronofsky, ha definito: "…una lettera d'amore al cinema". Tutto colmo di amore vero per la sua terra, la sua umanità, il suo pubblico.